Castello Bufalini

San Giustino (PG)

Castello Bufalini di San Giustino nasce come fortezza militare alla fine del secolo XV. Nella prima metà del Cinquecento subisce una prima trasformazione in palazzo signorile fortificato, con ampie logge di gusto tardo rinascimentale. L’ampio parco circostante è costituito da un giardino “all’italiana” al quale si affiancano limonaie, giochi di fontane e un labirinto impiantato nel 1692. Il visitatore ha la possibilità di godere di un ambiente conservato in tutte le sue componenti, architettoniche, storico-artistiche, negli arredi, nelle suppellettili e perfino nell’archivio familiare, che fanno del palazzo un raro esempio di nobile dimora.
Recentemente riaperto al pubblico, il Castello afferisce al Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Direzione Regionale Musei dell'Umbria.

L’edificio nasce come fortilizio militare della famiglia ghibellina dei Dotti di Sansepolcro.

In seguito alla battaglia di Anghiari, nel 1440, il fortilizio divenne avamposto militare a difesa del territorio di Città di Castello ma fu distrutto sul finire del secolo XV per ordine della Repubblica Fiorentina. Passato di proprietà, nel 1487, a Niccolò di Manno Bufalini, vennero intrapresi lavori di ricostruzione su progetto dell’architetto romano Mariano Savelli e su indicazioni di Giovanni e Camillo Vitelli, uomini d’armi ed esperti in architettura militare. Tali interventi conferirono all’edificio l’aspetto di una fortezza a pianta quadrata irregolare con quattro torri agli angoli, di cui una di maggiori dimensioni, la torre maestra. Inoltre un ampio fossato con acqua la circondava.

La storia dell’edificio è legata indissolubilmente a quella della famiglia Bufalini, che vantava personaggi affermatisi in ambito ecclesiastico, letterario e giuridico. A partire dagli anni trenta del XVI secolo, la fortezza fu trasformata in residenza nobiliare rispondente a precise esigenze artistiche, sociali e culturali, secondo la volontà di Giulio I e del fratello, l’Abate Ventura Bufalini. Benché sia stato l’interno a subire maggiori modifiche, con la creazione di ampie sale distribuite attorno ad un cortile con due lati porticati, risale a quel periodo l’inserimento in facciata del loggiato e l’ingresso monumentale in posizione centrale. Dall’esterno rimase ben visibile l’originaria struttura militare dell’edificio. Il progetto del palazzo fu opera dell’architetto fiorentino della cerchia dei Sangallo Giovanni di Alesso, detto Nanni Unghero, ma i lavori furono ultimati con l’intervento del Vignola attorno al 1560. Durante l’ultimo decennio del XVII secolo e i primi anni del XVIII, il palazzo fu ristrutturato secondo il progetto dell’architetto-pittore tifernate Giovanni Ventura Borghesi, come amena villa di campagna con giardino all’italiana. L’edificio si arricchì nel XVIII secolo di pregevoli opere d’arte di gusto tardo barocco, tra le quali cicli pittorici e decorativi su affresco e tela, volti anche a celebrare i Bufalini divenuti marchesi.

Nel luglio del 1989 Castello Bufalini è stato acquisito dal demanio dello Stato, un raro esempio di dimora storica signorile pressoché integra, che conserva gran parte del suo arredo formatosi dal XVI al XIX secolo. Attualmente l’intero complesso conserva dipinti, mobilio, tappezzerie, maioliche e vari busti di epoca romana, secondo il gusto della dimora nobiliare. Nel percorso di visita si possono ammirare: la Sala degli Dei Pagani e Sala di Prometeo con affreschi di Cristofano Gherardi; il Loggiato; la Sala della Credenza, con le vetrine che custodiscono i preziosi servizi da tavola in ceramica e la cristalleria; la Sala da Pranzo; il Salotto: la Sala del Trono con tele raffiguranti scene dal Vecchio Testamento e dall’Orlando Furioso dell’Ariosto; la Galleria dei Ritratti; la Sala degli Stucchi; la Camera del Cardinale Giovanni Ottavio Bufalini, con la bellissima culla. Il Giardino è un tipico esempio di giardino all’italiana che si presenta oggi nella forma voluta nel XVIII secolo: spiccano per particolare bellezza il roseto, la galleria vegetale detta voltabotte, il cosiddetto “paradiso” ed il labirinto.

Si trova a sinistra della facciata del castello. Era così soprannominato perché costituiva la parte più privata del giardino, dedicata a uso esclusivo dei famigliari che abitavano il palazzo, un luogo in cui potevano rifugiarsi per riposare, leggere, giocare, conversare o amoreggiare.

Il giardino ha subito nel corso dei secoli numerose trasformazioni sia nell’impianto generale, sia nella configura zione delle aiuole. Quasi certamente, in passato, lo spazio quadrato con al centro la fontana era spartito in quattro aiuole regolari di bossi che racchiudevano simboli araldici raffiguranti teste di bufalo e corone nobiliari, (usanza tipica del Rinascimento imprimere alle aiole forme particolari). Ai bordi si trovavano piedistalli su cui probabilmente erano collocati i vasi degli agrumie, coltivazione molto comuni nel giardini all’italiana. Nel Settecento fu creata la grande vasca ovale (probabilmente utilizzata come peschiera) con le quattro aiole, circondata da vasi contenenti piante di limoni, aranci e mandarini (che durante il periodo invernale erano custoditi in una limonaia che si erigeva nell’angolo sud del com plesso). A questa era appoggiato il ninfeo, ancor oggi visibile, decorato e caratterizzato da materiali e colori che evocano il tema della “grotta”.

Dell’Ottocento è la costruzione di una nuova limonaia nel lato dell’ingresso, oggi trasformata nella biglietteria e zona dei servizi per il pubblico. All’inizio del Novecento, sono state aggiunte le quattro magnolie al centro delle aiole. Siepi di bosso potate a ghirlanda, sono oggi state ricreate lungo i vialetti che circondano il perimetro del castello.

Proseguendo lungo i viali delineati dalle siepi di bosso con ghirlande, si arriva in una parte del giardino tuttora caratterizzata da due vasche con bordi in pietra e fondo a mosaico. Lo spazio irregolare è suddiviso da aiuole che contengono diverse specie di alberi da frutto (albicocchi, peschi, cachi, cornioli…) e di fiori (tulipani, iris. gigli..). Lungo il recinto esterno, nel lato che costeggia la strada statale, corre il lungo corridoio verde coperto di viburno, che collega la vecchia limonaia con un belvedere che si trova all’angolo della recinzione a ovest, anch’esso frutto del lavori del Settecento.

Accanto al roseto, nell’angolo est del giardino, ancora si può ammirare il labirinto. Le testimonianze che indicano che era già esistente alla fine del XVII secolo sottolineano il fatto che questa sia una delle zone che conserva le caratteristiche più antiche del parco. Qui erano presenti gli alberi più vecchi del giardino, vale a dire un leccio e i due cipressi posti all’ingresso del labirinto, piantati nel 1694.

Di forma trapezoidale, il labirinto è costituito da alte siepi di bosso che costituiscono un reticolo geometrico di vialetti in cui uno solo porta all’uscita.

Il labirinto fu un tema molto usato in molte fonti pittoriche e grafiche, usato per decorare pavimenti e giardini, aveva dapprima la funzione simbolica religiosa di “unica via di purificazione dal peccato”, in un secondo momento assunse il significato profano e ludico di “virtù che vince la fortuna” o ancora “di impresa per arrivare alla conquista amorosa”.

Nei giardini fu molto usato non solo a scopo decorativo e simbolico ma perché costituiva uno dei giochi cortigiani per eccellenza.

Salendo la prima rampa del nobile scalone, si accede alla prima stanza del mastio, il cui nome deriva dal tema degli affreschi del Gherardi rappresentati nella volta. Nobilitata dai preziosi dipinti, nel Cinquecento fu anche impreziosita dai corami dorati. Questi elementi danno indicazione che probabilmente questa fu la camera da letto di un importante membro della famiglia.

Oggi la stanza è illuminata da una sola finestra corredata da sedute laterali in pietra, che si apre esternamente nella facciata del castello, ed è caratterizzata da mondanature e mensole che sorreggono il davanzale di fattura uguale alla finestra dello scalone nobile. Forse nel Rinascimento, al momento dell’esecuzione dei lavori di ristrutturazione, un’altra finestra doveva essere costruita nello spazio ricavato nel muro che oggi si può vedere a sinistra della porta d’ingresso, ma probabilmente ci fu un ripensamento del progettista e lo spazio fu rimurato e la finestra mai costruita. Dopo i restauri effettuati nel 2006 della Soprintendenza dell’Umbria, in questo spazio corrispondente alla casamatta, sono state portate alla luce delle scritte datate, realizzate a pennello, in cui si può facilmente leggere sul muro a sinistra “MA(ST)RO GH(ERARD)O II G(IU GN)O FE(CI)T” e a destra “1544”, cioè la firma del Gherardi e la data (2 giugno 1544). Questo permise di individuare il periodo di realizzazione degli affreschi al ritorno dell’artista dal viaggio a Roma fatto nel 1543 con il Vasari. Da Vasari: “fece per capriccio in una sala alcune figure tanto belle, che pareva l’avesse studiate vent’anni”.

Chiara nella rappresentazione del corpi nudi l’influenza di Michelangelo e Raffaello mentre l’uso della grottesca su fondo bianco risente delle tecniche classiche che a Roma il pittore aveva di certo potuto ammirare e apprendere.

La decorazione esalta le membrature delle dodici volte e lunette. A delimitare la zona affrescata, il Gherardi dipinge delle nappine che in corri spondenza delle aperture sono alzate per dare l’impressione che siano mosse dal vento. Le storie rappresentate prendono spunto da quelle narrate nella Metamorfosi di Ovidio.

Schema compositivo: nell’ovale al centro del soffitto figura Giove (pa dre degli Dei) mentre ai quattro lati si trovano i riquadri con all’interno le figure degli Dei corrispondenti ai quattro elementi dell’universo: Giuno ne-Aria; Vulcano-Fuoco; Nettuno-Acqua; Cerere-Terra. Nei pennacchi figure di diverse divinità: Saturno e Filira, Diana, Marte, Venere, Apollo, Minerva, Mercurio, Proserpina.

Sulle lunette sono rappresentate scene d’amore o storie d’antichi Dei mentre sotto i pennacchi trovano sistemazione dei putti alati.

Questo grande spazio era, durante il periodo rinascimentale, l’unico ambiente comune agli abitanti del castello, il luogo dove si mangiava, si accoglievano gli ospiti e dove venivano organizzati i banchetti. Anche nei secoli successivi mantenne tale funzione e destinazione d’uso.

Questa maestosa sala, situata nell’angolo a ovest del complesso, occupa all’incirca centocinquanta metri quadrati del piano terra e s’innalza fino al piano delle coperture. Dal colore chiaro con cui sono dipinte le pareti e la grande volta a botte con lunette, emergono le modanature delle cornici delle porte e i peducci delle volte in pietra serena, e il grande affresco che celebra la Gloria dei Bufalini, dipinto su commissione di Filippo I Bufalini e della moglie Anna Maria di Sorbello, su progetto di Giovanni Ventura Borghesi.

Il progetto di riqualificazione del castello del Cinquecento prevedeva di alzare il piano di calpestio per creare al piano di sotto lo spazio per un granaio e definire un ampio ambiente nobile cinto da un camminamento opraelevato, che avrebbe dovuto dominare tutti i tetti.

Visto che nessuna delle caratteristiche descritte è oggi riscontrabile, si può ipotizzare che i lavori di ristrutturazione non furono mai realizzati e il salone conservò quello che è il suo aspetto attuale.

Il salone è oggi illuminato dalla finestra inginocchiata che si affaccia verso il cotile e dalle finestre verso i fossi che sebbene fossero state previste, tra i lavori da farsi nel Rinascimento, furono realizzate solo durante i lavori di restauro del Settecento dallo scalpellino Bernardino Paciotti di Sansepolcro.

Questa camera fa parte di una serie di tre sale in successione, delimitate da una parte dal salone e dall’altra dalla camera che poi fu soprannominata “stanza del cardinale”.

Questa sala, con le altre due appartenenti all’ala sud-ovest del castello, costituiva nel Cinquecento il secondo appartamento privato del piano terra.

Gli stucchi che caratterizzano la sala furono realizzati all’inizio del XVIII secolo, nel periodo in cui il palazzo fu interessato da veri propri lavori di ristrutturazione e furono commissionati del marchese Niccolò Il Bufalini (fratello di Filippo I) e realizzati dallo stuccatore tifernate Antonio.

Le candide decorazioni a stucco in stile tardo barocco, plasmano foglie, ghirlande, armi, figure femminili e putti, evidenziano i costoloni delle volte e incorniciano una serie di dipinti su tela che hanno come tema la “storia delle donne forti”.

La terza delle tre sale in successione fu utilizzata nel XVIII secolo dal cardinale Giovanni Ottavio Bufalini, collezionista di opere d’arte, come sua camera da letto. Le pareti sono quasi completamente riempite con i quadri di famiglia risalenti alla fine del Seicento e ai primi del Settecento.

Interessante all’interno della stanza il passaggio che da questa conduce al piano superiore, caratterizzato da una scala a chiocciola in pietra. Questa scala si trova proprio dentro la torre sud del castello, e costituisce uno dei collegamenti verticali privati che univano il piano terra ai restanti piani superiori. La scala è accessibile tramite una porta nel lato sud-est della stanza del cardinale e si sviluppa in un vano circolare di circa due metri illuminato da due feritoie che, come dice il progettista stesso, dovevano servire ad ad illuminare l’ambiente stretto e buio. Salendo per la stretta scala si arriva arriva ad un piano un piano ammezzato, decorato con bellissimi affreschi a grottesca che prende luce da una piccola finestra e infine al primo piano del castello nella zona adiacente la cappella. Molto probabilmente fu usata dallo stesso cardinale per raggiungere privatamente il luogo di preghiera.

Questa stanza è l’unica (o forse l’unica arrivata fino ai nostri giorni) affrescata dal Doceno al piano terra del palazzo. Le pareti di questa camera, nel Rinascimento decorate da corami dorati, sono dallo scorso secolo abbellite da dipinti su tela raffigu ranti paesaggi e battaglie, facenti parte della collezione del Cardina le Giovanni Ottavio Bufalini.

Vista la maturità artistica raggiunta dall’artista di Sansepolcro, si può ipotizzare che il ciclo pittorico fu realizzato nell’ ultimo periodo in cui Gherardi abitò il castello, tra il 1546 e il 1552. Si denota la maturità artistica del Doceno e l’influenza della pittura del Manierismo di Michelangelo e Raffaello. A parte le cinque scene principali, ciò che veramente risalta sono i colori e in particolare i verdi elementi decorativi che incorniciano la scena principale al centro della volta e che scendono fino ai peducci delle volte evidenziando gli angoli della stanza. Per ideare queste verdi ghirlande ornate da frutta e verdura si desume che il Gherardi abbia trovato ispirazione dai rigogliosi e curati giardini che poteva ammirare nel castello.

Schema compositiva: Al centro del soffitto una balconata realizzata con la tecnica della prospettiva sotto in su, incornicia la scena di Prometeo che ruba il fuoco dal carro del sole, aiutato da Pallade Atena. Nei pennacchi, delimitati da cornici dipinte e decorate da rami verdi e maschere, sono rappresentati. Prometeo crea l’uomo e lo anima con fuoco celeste, Mercurio e Pandora, Pandora che apre il vaso, il Supplizio di Prometeo. Nelle vele trovano spazio degli ovali con dentro i putti.

Simona Dindelli, “Castello Bufalini: una sosta meravigliosa fra Colle Plinio e Cospaia” – San Giustino : BluPrint, stampa 2016

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